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[MUSIC] Riflettori su Cui Jian, il padre del rock

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Riflettori su Cui Jian, il padre del rock cinese

Rock in cinese si dice yáogun, ed è una parola entrata da poco nel lessico. Soltanto da vent’anni a questa parte, infatti, si può iniziare a parlare di rock cinese, sia grazie alle cassette diffuse dagli studenti stranieri nelle università, specialmente a Pechino, sia grazie a Cui Jian.

Idolo nella madrepatria, e chiamato anche Lao Cui, dove Lao sta per “vecchio”, in senso di familiare, qualcuno con cui si ha un rapporto stretto, è colonna portante nella scena musicale cinese.

Nato nel 1961 da un trombettista e da una danzatrice di origini coreane, anche lui a 14 anni comincia a studiare la tromba, entrando nell’Orchestra Filarmonica di Pechino, ma a questa preferisce la chitarra, Bob Dylan e Simon & Garfunkel. Forma una band e debutta così nei locali pechinesi, proponendo un repertorio di canzoni pop occidentali, incidendo persino un disco.

Dalla metà degli anni ’80 iniziano a penetrare in Cina anche Beatles, Rolling Stones, Talking Haeds e Police, che lo avvicinano ancora di più al mondo del rock’n’roll; comincia a scrivere le sue prime canzoni, i contenuti delle quali si discostano notevolmente dalle tematiche “sole cuore amore” delle ballad pop.

Nel 1986 ha finalmente l’occasione di farsi conoscere da un vasto pubblico con il concerto della Pace Mondiale di Pechino: sale sul palco vestito come un contadino e suona “Yi wu suo you”,“Nothing In My Name”. Terminata la performance il pubblico esplode in una standing ovation, e ben presto tutti i campus universitari e caffè trasmettono di continuo questa canzone.

“Yi wu suo you” parla infatti di libertà, di speranza, di desiderio di cambiare la realtà in cui non ci si riesce più a rispecchiare, e conquista i giovani proprio per la sua energia.

Lascia l’Orchestra Filarmonica e fonda gli ADO, con cui incide “Rock’n’Roll On The New Long March”. Il brano riprende l’idea della Lunga Marcia intrapresa da Mao nel 1934, durante la quale le truppe comuniste percorsero a piedi più di 6000 km per sottrarsi all’attacco dell’esercito nazionalista del Kuomintang; nello stesso modo, il rock ha dovuto fare molta strada per emergere in Cina, sia a livello temporale che fisico, arrivando dall’Occidente.

Ma l’apogeo della popolarità Cui Jian lo raggiunse nel 1989, durante la protesta di piazza Tiananmen: qui, con la sua musica, incoraggiò quelle migliaia di studenti che si erano riuniti per chiedere maggiore libertà di pensiero e democrazia, e che furono brutalmente repressi dall’esercito.

Dal 1990 iniziò tour che lo videro, oltre che in Cina, in Giappone, Corea, negli Stati Uniti e in Danimarca, e raccolse i meritati riconoscimenti. Nel 2004 aprì il concerto dei Deep Purple a Pechino, Shanghai e Guanzhou, mentre nel 2006 duettò con i Rolling Stones a Shanghai. Nel 1990 con una nuova line-up pubblicò “Solution”, mentre del 1994 è “Balls Under The Red Flag”; è interessante notare la copertina di questo cd, in cui il titolo è scritto in due colonne partendo dall’alto a destra, come si usava nelle opere di calligrafia antiche. Del 1998 è invece “Power Of The Powerless”, per arrivare al 2005 con “Show Your Color”.

Nel 1993 è stato anche attore nel film “Beijing Bastards”, nel ruolo di un musicista, di cui ha curato anche la colonna sonora.

Nonostante gli scontri con la censura, oggi Cui Jian è il rocker più famoso in Cina, il padre del Rock’n’Roll.

Il suo stile è sicuramente inconfondibile, sia per la sua voce roca che caratterizza ogni brano, e che trasmette rabbia ed energia, sia per l’unione di strumenti occidentali ed orientali. Spazia in tutti i generi, ritroviamo accenni ska, come in “Jiejue” (“Risolvere”) o “Cong tou zai lai” (“Ricominciare dall’inizio”), che ha contaminazioni anche jazz, ma anche riferimenti all’hip hop, in “Fei le” (“Volare”). In genere i suoi pezzi sono vibranti, energici, coinvolgenti, ma a volte si concede di riposare in qualche ballad, come “Chu zou”, “Run away”, sottolineata dall’accompagnamento del sax. Le sue ricerche lo portano a toccare anche sperimentazioni funk, in “Bu shi wo bu mingbai”, “Non sono io che non capisco”, che si avvale anche di percussioni e flauti.

I testi hanno sempre connotazioni politiche, o trattano di problemi del governo e della società, e la sua peculiarità è di cantare in cinese. Molti artisti più recenti, infatti, preferiscono abbandonare la propria madrelingua per l’inglese, per essere più “internazionali”, mentre lui no, ed anche se non tutti lo capiscono, riesce a trasmettere tutta la sua energia.

Fonte: Xtm.it

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