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Lord Zaku III

[BOOK] Fantasmi giapponesi fra sogni erotici e...

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Fantasmi giapponesi fra sogni erotici e tristezze quotidiane

Sull'onda del successo della cultura dei «manga» e degli «anime», sono sempre più numerosi i romanzi che dal paese del Sol Levante approdano nelle librerie occidentali. Da «Tokyo Soup» di Ryu Murakami a «Gridare amore dal centro del mondo» di Kyoichi Kata

«Perché al giorno d'oggi si traduce tanta letteratura giapponese? Forse perché la si considera particolarmente cool ? O perché le case editrici di Tokyo investono molti sforzi nella vendita dei diritti di traduzione? O infine perché la generazione di lettori occidentali cresciuta in mezzo a manga, Playstation e film con "Beat" Takeshi ha ormai l'età per apprezzare la letteratura contemporanea?». Queste domande, che Jon Courtenay Grimwood si poneva un anno fa sul Guardian in occasione della pubblicazione in inglese di In the Miso Soup di Ryu Murakami per Bloomsbury e di Vibrator di Mari Akasaka per Faber, sono di attualità anche nel panorama italiano, di fronte al numero crescente di romanzi provenienti dal Giappone che approdano nelle nostre librerie. Proprio In the Miso Soup è di imminente uscita per i tipi di Mondadori con il titolo Tokyo Soup (una scelta che forse porterà qualche lettore a confondere Ryu con l'altro Murakami, Haruki, appartenente a una generazione precedente e autore di Tokyo Blues, edito per Feltrinelli, e che al tempo stesso renderà più agevole ricordare che Ryu Murakami - o, alla giapponese, Murakami Ryu - è stato all'inizio degli anni Novanta l'acclamato e criticato regista di un film che diede scandalo, Tokyo Decadence , tratto dal suo libro Topaz ). Discesa agli inferi Scritto una decina di anni fa e ambientato all'interno dell'industria (leggera e pesante) del sesso, Tokyo Soup è un racconto morale tinto di noir che narra la discesa agli inferi del ventenne Kenji, accompagnatore turistico senza licenza che, Virgilio alla rovescia, porta a spasso turisti soprattutto americani per i quartieri del piacere della capitale. Nessuna riscoperta dell'antica Edo del «mondo fluttuante», ma piuttosto lingerie bar, peep show e prostituzione vera e propria. La vita del giovane Kenji, a cui non si prospetta neanche lo straccio di un futuro, ha ormai assunto i tratti di una (a volte piacevole, a volte fastidiosa) routine notturna quotidiana, e anche il rapporto con la sua ragazza, Jun - una sedicenne che per lui ha rinunciato ai guadagni del compensated dating , i più o meno casti appuntamenti a pagamento con anziani uomini d'affari - è scivolato in una tranquilla normalità fatta occasionalmente di sesso e di pranzi a base di spaghetti instant . Ma a sconvolgere questo trantran, compare Frank. Che non è un cliente americano qualsiasi, anzi. Come Kenji scoprirà in un accumularsi di dettagli inquietanti, tra banconote macchiate di sangue e una innaturale resistenza al freddo da parte del suo nuovo amico, Frank è il serial killer che proprio nella Tokyo del piacere ha già compiuto più di un omicidio, e di cui tutta la città parla. Intessuto con un gelo sottile da Murakami Ryu (che l'edizione Faber in bandella definisce «uomo del Rinascimento per una età postmoderna» a causa dei molteplici trascorsi televisivi e musicali), Tokyo Soup trova il suo culmine in scene di violenza che il lettore/spettatore contemporaneo automaticamente troverà «tarantiniane», ma da queste procede a delineare in modo ancora più disturbante il prezzo della sopravvivenza del protagonista Kenji nella complicità - passiva, ma non per questo meno voluta - con l'incarnazione del male che del tutto casualmente si è parata sulla sua strada. Di quotidianità disfatte, stavolta tra alcoolismo e bulimia, e di incontri destinati a trasformare parla anche, su toni diversi e lontani dal noir, Vibrator di Mari Akasaka, romanzo non di formazione ma di deformazione e ricostruzione di una quasi trentenne, la giornalista Rei Hayakawa, sorella maggiore dell'inquieta adolescente Asako di Install di Risa Wataya (Einaudi Stile Libero, traduzione di Antonietta Pastore) e della sensuale Louis/Luì di Serpenti e piercing di Hitomi Kanehara (Fazi, traduzione di Alessandro Clemente). Rituali di autodistruzione Pubblicato in Giappone nel '99 e portato sul grande schermo nel 2003 da Ryuichi Hiroki, Vibrator - che ancora non è stato tradotto in italiano - non tratta dei giocattoli erotici che il suo titolo sembrerebbe evocare. Le vibrazioni a cui ci si riferisce sono infatti occasionalmente quelle di un cellulare, e più costantemente e coerentemente, quelle del camion di Okabe Takatoshi, il giovane ex apprendista yakuza (e di tanto in tanto trafficante di cocaina), che Rei incontra in uno di quei negozi aperti ventiquattr'ore su ventiquattro dove è andata a rifornirsi di alcool per il proprio casalingo rituale di autodistruzione. Si sfiorano appena, ma basta quel contatto minimo per convincere Rei - che in segreto rimpiange la perdita della primissima giovinezza come di un bene materiale che non ha saputo sfruttare fino in fondo (visto che, come dice Asako in Install , «le liceali sono la merce griffata») - a seguire Okabe, o meglio a imporsi a lui che passivamente la accetta, in un viaggio di consegne intorno a Tokyo che per lei si trasforma in una semisurreale via della salvezza. Non è il sesso con Okabe, che è sposato e non ha molto da offrire, a consentire a Rei di scuotersi dal freddo dell'inverno giapponese e dall'inverno interiore, ma piuttosto la sensazione di connessione con il tutto che dall'interno del camion come in utero , come nel bozzolo di un baco da seta, la ragazza riscopre tramite il CB, il sistema di comunicazione radio semi-illegale tra camionisti a cui Takatoshi la introduce. Nel reticolo di segnali misteriosi che sembra ricoprire il Giappone come una coperta fino a Hokkaido, e nella sensazione di essere inglobata all'interno di un animale vivente, la sofferente Rei sembra ritrovare la capacità di connettersi a se stessa, di tornare ad abitare nel suo corpo. Come disabitato, nonostante la sua vantata bellezza, è il corpo di Mari, la sedicenne protagonista di Hotel Iris di Yoko Ogawa (Marco Tropea Editore, traduzione di Ornella Civardi, pp. 158, euro 13), romanzo che sembra una versione crudele e volutamente «senile» dell' Amante di Margherite Duras. Umiliata dalla madre, proprietaria di una pensione un po' cadente in una specie di Riccione o meglio di Saint-Malo giapponese, che la costringe a tenere i capelli legati e unti, come una antica geisha, di olio di camelia, Mari scopre in sé una attrazione irresistibile per un anziano traduttore dal russo, che la trascina, in un rapporto sadomasochistico, oltre la soglia del dolore. Inquietanti fantasmi - la moglie morta, forse assassinata, del traduttore, il giovane nipote che ha perduto la lingua per un tumore infantile e che comunica a foglietti e a gesti - abitano l'isola a forma di orecchio non lontana dalla costa dove finalmente il traduttore imprigiona Mari. Non casualmente, la restituzione alla libertà per lei coinciderà per lui con la scelta della morte per acqua. Intorno a una quotidianità apatica che d'improvviso si rovescia in un mondo popolato di fantasmi ruota anche il romanzo di Taichi Yamada, Estranei , pubblicato dalle Edizioni Nord nella traduzione di Anna Martini (pp. 209, euro 14). Diventato quasi un luogo comune sui nostri piccoli e grandi schermi, grazie fra l'altro al successo di Ring , tratto dal romanzo di Koji Suzuki, l'horror orientale viene trattato con un taglio insolito da Yamada nel suo racconto delle vicende di Hideo Harada, sceneggiatore di mezza età e di medio successo che dopo aver voluto il divorzio dalla moglie Ayako si ritrova estraniato da lei e dal figlio, e in profondità anche da se stesso e dalla sue capacità creative. Trasferitosi a vivere nel suo ufficio, in un condominio moderno assai lontano dal Giappone «esotico» ricercato dagli occidentali, Harada, che era rimasto orfano a dodici anni, si imbatte una notte nel fantasma del padre morto tanto tempo prima in un incidente. Ma è un fantasma che non ha nulla di sinistro, che sembra fatto di carne e sangue, anche se è rimasto fermo all'età della morte e quindi è ormai più giovane del figlio. In sua compagnia l'incredulo Harada rivede così la madre, anche lei scomparsa, e riesce a godere, in un modo che prima non gli era stato possibile, del conforto della sua famiglia. La morte circonda Harada, ma è una morte che ha il calore della vita, e alla cui frequentazione gli riesce difficile rinunciare, anche se - invisibile ai suoi occhi, ma non a quelli dei rari amici o conoscenti, o dei passanti in cui si imbatte - comincia progressivamente a corrompere il suo corpo. Pericolo e salvezza si confondono in questa narrazione di vita quotidiana, dove la relazione con l'altro mondo è profondamente metonimica: basta spostarsi di poco, scartare di un passo rispetto alla via che ci è consueta, e il mondo dei morti è già qui, ci accompagna, e non è sempre e necessariamente (come invece tende a dare per scontato la tradizione occidentale) intenzionato a nuocerci. L'intrusione della morte nella quotidianità, e la necessità di portare qualcosa dei morti con noi e lontano da noi, pervade anche il bestseller adolescenziale Gridare amore dal centro del mondo (Salani, traduzione di Marcella Mariotti, pp. 162, euro 9,90) del già affermato scrittore Kyoichi Katayama, che con questa love story tra teenager giapponesi ha guadagnato solo in patria quattro milioni di lettori e ha visto il suo libro trasformato in un film con la giovane star Kou Shibasaki, e naturalmente in un manga. I protagonisti della storia, Sakutaro e Aki, sembrano cittadini di un altro paese rispetto alle Lolite made in Tokyo di Wataya e Kanehara, e il loro amore, nato da un'amicizia infantile, è avvolto da un pudore profondo che pare avere radici in un'epoca precedente. L'idea di presagi e di destini tramandati di generazione in generazione cuce del resto con un filo rosso la storia di Sakutaro (convinto di aver involontariamente maledetto la ragazza ipotizzando, in uno scherzo via radio, proprio l'eventualità della leucemia) con quella di suo nonno, che non ha mai potuto sposare la donna che amava, sopravvissuta cinquant'anni a se stessa e alla tubercolosi che sembrava doverla uccidere prima della seconda guerra mondiale. Proprio il furto delle ceneri dell'amata del nonno che Sakutaro compie insieme a quest'ultimo - per farne avverare il desiderio di essere uniti almeno nella morte, grazie allo spargimento congiunto di quello che resta dei due corpi cremati - sembra prefigurare il viaggio in Australia, meta di una gita liceale che la già malata Aki ha solo potuto immaginare, e che il giovane protagonista compie insieme ai genitori di lei proprio per disperderne i resti in un territorio sacro agli aborigeni. Se Aki idealizza la cultura del dreaming , dove ogni cosa (e quindi anche la malattia) ha un motivo per esistere, Sakutaro, per compiere la sua elaborazione del lutto, dovrà confrontarsi con la realtà: degli aborigeni australiani imprigionati tra disoccupazione o alcolismo, e della persistenza della morte nella vita anche al ritorno dal paese dove ha disperso le ceneri di Aki. La moralità profonda della tradizione orientale giapponese, e più ampiamente lo sguardo che l'occhio dell'occidente posa sull'Altro giapponese (e che questi ricambia), sono temi che si ritrovano in numerosi saggi e romanzi di recente uscita. Intorno alla cultura dei manga e degli anime, letta come via maestra per la comprensione degli usi e costumi nipponici, dalla scuola alla famiglia, dallo sport alla moda, si articola per esempio la raccolta di saggi Con gli occhi a mandorla. Sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti , a cura di Roberta Ponticello e Susanna Scrivo (pp. 240, euro 14,50), pubblicata da Tunué, casa editrice che alla produzione fumettistica giapponese e alle sue contaminazioni sull'immaginario occidentale ha dedicato altri due saggi, Come bambole. Il fumetto giapponese per ragazze di Mario A. Rumor, sugli shojo manga destinati a un pubblico femminile (come il celebre «Lady Oscar» di Riyoko Ikeda) e Cosplay Culture. Fenomenologia dei "costume players" italiani , sui fan che amano travestirsi come i personaggi delle serie animate più famose e amate, di Luca Vanzella. Pesce crudo e kabuki Se i piccoli spettatori degli anni Settanta/Ottanta, che per primi assistettero all'invasione di Goldrake, Mazinga e sodali sui teleschermi italiani da poco a colori, hanno superato da un pezzo la maggiore età senza assecondare i timori di genitori ed educatori di allora, che prevedevano l'avvento di una generazione di giovani maniaci e sociopatici, allo stesso modo i ragazzini di oggi subiscono la fascinazione del Giappone della cultura manga/anime. Ne è un esempio il dodicenne Charley, giovanissimo otaku occidentale figlio dello scrittore australiano Peter Carey - l'autore di Oscar e Lucinda , due volte vincitore del Premio Pulitzer - di cui Feltrinelli pubblica nella collana Traveller Manga, fast food & samurai. Un Giappone tutto sbagliato , che arriva in libreria, nella traduzione di Giovanni Pesce, la prossima settimana (pp. 160, euro 10). Insieme al ragazzo, Carey - convinto che l'unico vero Giappone sia fatto di templi, pesce crudo a colazione e teatro kabuki, insomma di cultura «alta» e autentica - è costretto a riconoscere, alla fine di un viaggio a Tokyo compiuto per amore e sulle orme del figlio, la paradossale autenticità del Giappone più pop, in una coincidenza tra vero e falso che ha tutto di postmoderno, e che allo stesso tempo contribuisce a smontare nello scrittore numerosi pregiudizi, letterari e non, sebbene proprio i vari incontri con i maestri del fumetto giapponese, da Yoshiyuki Tomino a Hazao Miyazaki, faticosamente conseguiti a prezzo di estenuanti trattative con agenti e traduttori, si rivelino spesso frustranti, e non soltanto a causa della barriera linguistica. La questione della capacità (o dell'incapacità) per un occidentale di farsi parte del mondo orientale e di riportarne fedelmente usi e costumi, quando non di appropriarsene o di assimilarli, è al centro anche di due volumi, un saggio di Jina Bacarr , L'arte giapponese del sesso. Manuale per aspiranti geishe , Castelvecchi, traduzione di Claudia di Vittorio (pp. 219, euro 18), e il romanzo d'esordio di una scrittrice italiana, Flaminia Lubin, Come una geisha , uscito per Cadmo (pp. 349, euro 15), che sin dal titolo dichiarano la filiazione da Memorie di una geisha di Arthur Golden, romanzone di successo recentemente riportato all'attenzione del pubblico da un film di Rob Marshall. Proprio il libro di Golden, originariamente pubblicato nel 1997, era stato oggetto di violente critiche per quella che era stata considerata, al di là delle sue qualità di narrativa d'intrattenimento, una operazione da «ventriloquo», come l'ha definita sul New York Times Michiko Kakutani. Sensualità senza moralismi Se il libro di Bacarr, che è un manuale del piacere esattamente come promette il titolo, presenta un'immagine stilizzata (e fin troppo contemporanea nel ruolo attribuito alla donna) della storia della sensualità giapponese, su cui ha il pregio però di posare uno sguardo esente da moralismi occidentali, il romanzo di Lubin, scritto con disinvoltura e forse vagamente autobiografico, prende la forma di un viaggio - anche qui come in Vibrator - non di formazione, ma di ricostruzione di sé. La protagonista, Leila Biron, quarantenne, appena operata di un tumore all'occhio che la costringe a portare una benda - metafora della vista che cambia e si deforma, o si rinnova? - decide di lasciare New York, città dove, lei italiana di famiglia ebrea, si era trasferita per lavoro e per amore, alla volta del Giappone, alla scoperta del mondo delle geishe. Ferita nella sua capacità di seduzione, Leila, donna da sempre corteggiata, si interroga sulle sue capacità di diventare «come una geisha», di trasformarsi nella seduzione stessa, e di annullarsi in essa, come sottende la domanda. Per sua fortuna, e per quanto improvvisa e dolorosa giunga, chiudendo quasi bruscamente viaggio e romanzo, la risposta è «no».

Fonte: ilquotidiano.it

Edited by Lord Zaku III

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Tomo interessante, certamente mee lo procurero', il problema sarà trovare il tempo di cominciarlo, devo ancora finire di leggere un sacco di roba.

Cmq in una biblioteca di un cultore orientale si direbbe che un testo simile nn possa mancare, la mia libreria/fumetteria ti ringrazia scricchiolando lord biggrin.gif

Edited by sawatari Go

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Tomo interessante, certamente mee lo procurero', il problema sarà trovare il tempo di cominciarlo, devo ancora finire di leggere un sacco di roba.

Cmq in una biblioteca di un cultore orientale si direbbe che un testo simile nn possa mancare, la mia libreria/fumetteria ti ringrazia scricchiolando lord biggrin.gif

e finalmente il buon sawa arrivò a 1000 post

con il suo primo post decente gne gne gne.gifgne gne gne.gif

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